participatory art’s definition

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Il termine “arte partecipativa” apparve nel 1980 nella rivista del fotografo Richard Ross che, in un articolo descrisse il lavoro in situ di Jon Peterson, Maura Sheehan e Judy Simonian situato vicino a Santa Barbara: “These artists bear the responsibility to the community. Their art is participatory”.[1]

L’arte partecipativa è l’espressione che descrive l’approccio artistico in cui la presenza dello spettatore diviene importante per la realizzazione dell’opera d’arte, l’artista coinvolge direttamente l’audience nel processo creativo ed è incompleta senza che egli non intraprenda un’interazione con il pubblico. L’espressione “arte partecipativa” è generalmente inappropriata poiché si tratta piuttosto di una modalità da parte degli artisti che sentono il bisogno di creare scambi, relazioni significative con il loro pubblico o una certa comunità. Questi artisti utilizzano diverse forme e linguaggi artistici per interagire con il pubblico e coinvolgerlo nel processo creativo al fine di distoglierlo dal suo ruolo passivo. Esistono diverse forme d’arte partecipativa, ognuna di esse propone diverse tematiche e gradi di collaborazione, dove il ruolo di co-creazione tra artista e pubblico assume diversi gradi di intervento. Il risultato estetico può adottare varie forme: eventi, incontri, performance piuttosto che la produzione di un oggetto in sé. Può anche prevedere delle collaborazioni con delle agenzie o enti non artistici, come le organizzazioni sociali, le autorità locali e gruppi comunitari di sviluppo.

Il termine arte partecipativa esiste secondo diverse terminologie: arte interattiva, relazionale, cooperativa, attivista, dialogica e arte basata sulle comunità.[2]

Una prima forma e tipologia di arte partecipativa si manifesta sotto forma di evento.

All’inizio del 1990 l’artista Rirkrit Tiravankja propone una serie di esposizioni che consistono nel cucinare cibo tailandese per i visitatori. Questa performance è allestita in una galleria dove l’ambiente è alterato dall’artista, ma il gesto in sé semplice è quello di condividere del cibo. Il visitatore mangia, conversa, condivide e non è un semplice spettatore ma un protagonista attivo nella creazione dell’arte sociale. In questo caso la partecipazione è volontaria. Troviamo questo genere di approccio soprattutto nelle forme d’arte sociale degli anni ’60, che si avvicinano alla vita di tutti i giorni, a esperienze ordinarie, come ballare la samba (Hélio Oiticica) o il funk (Adrian Piper); bere birra (Tom Marioni); discutere di filosofia (Ian Wilson) o politica (Joseph Beuys); gestire un caffè (Allen Ruppersberg; Daniel Spoerri; Gordon Matta-Clark); un hotel (Alighiero Boetti; Ruppersberg) o un’agenzia viaggi (Christo and Jeanne-Claude).[3]

Nei primi anni ’90, un gruppo di artisti afro-americani di Huston (Texas) iniziano a incontrarsi per discutere su come migliorare la comunità nella quale vivono. Dopo diversi anni di pianificazione propongono il progetto Project Row Houses dove rinnovano una serie di otto case dedicate ai progetti degli artisti. Con l’andare del tempo aggiungono nuove iniziative: residenze, programmi educazionali per madri singole, programmi educazionali per i bambini del luogo, alloggi a reddito medio, una lavanderia, una sala da ballo per eventi pubblici e un progetto d’architettura sperimentale. Rick Lowe è considerato il fondatore e l’autore dell’intero progetto e spesso cita Joseph Beuys e la Soziale Skulptur (“Scultura Sociale”) come fonte d’ispirazione. Project Row Houses rappresenta un approccio idealistico, non strumentale e attivista, che mira a migliorare la vita delle persone.

Una visione antagonista di arte partecipativa è data da Tania Bruguera, l’autrice di Tatlin’s Whisper 5 (2008); quando i visitatori arrivano nel Great Hall del Tate Modern a Londra incontrarono due poliziotti a cavallo che li dirigono per lo spazio, muovendo la folla da un lato all’altro (fig. 1). Si tratta di una situazione creata per il pubblico, che, ignaro di partecipare a un’azione artistica, viene guidato e diretto da attori professionisti.

[1] Richard Ross, “At Large In Santa Barbara”, LAICA Journal, September–October 1980, n. 28, pp. 45-47, citato in http://www.traces.polimi.it/2018/07/26/participatory-art/ (consultato 24.06.2018).

[2] Kelly Micheal, “Partecipatory Art”, Encyclopedia of Aesthetics, Editor-in-Chief (Oxford University Press, 2014), p. 1.

[3] Claire Bishop, Participation, Whitechapel-MIT Press, London-Cambridge (Mass.) 2006, p. 10.