the trasformation

 La Trasformazione

 

Il concetto di trasformazione nella Plastische Theorie è l’elemento centrale della circolazione di energie e dello sviluppo della materia da uno stato all’altro. Beuys innesca il processo di trasformazione dei cunei accatastati davanti al museo proponendo l’adozione delle pietre e intervenendo lui stesso per raccogliere fondi per attivare “l’apparato di semina”. Così facendo il materiale “si mette in movimento”, cambia, si trasforma, per acquisire una forma. La metamorfosi degli elementi non avviene nella forma o nel materiale in sé (come succede in altre sue azioni), ma nella loro disposizione e composizione nello spazio e nel tempo. È il dinamismo che deve caratterizzare l’opera: forza che entra in gioco riordinando gli elementi da uno stato A a uno stato B. Il concetto del movimento, che si attua nel cambiamento da uno stato a un altro del materiale, sia esso invisibile (pensieri, emozioni) o visibile (materiale, oggetti), è l’elemento cardine della proposta metodologica di questa tesi. Questo criterio può essere espresso attraverso i termini che usa Beuys per descrivere la propria arte: “Per questo la natura della mia scultura non è fissa e finita, il processo continua in molte delle mie opere: reazioni chimiche, fermentazioni, cambi di colore, decadenza, asciugatura. Tutto è in uno stato di cambiamento”.[1] La trasformazione include anche la plasmabilità dei pensieri e delle idee che concorrono a strutturare un progetto artistico. La dinamica come estetica delle forme del pensare (come modelliamo i nostri pensieri, idee) e forme del parlare (come formiamo i nostri pensieri) che si attua nella Soziale Skulptur (come modelliamo e diamo forma al mondo in cui viviamo).[2] Ed è lo stesso Beuys che insiste: “Nel presente tutto deve essere trasformato, altrimenti non ci sarà futuro e svariati modelli di trasformazione devono essere discussi”.[3] Nella fase di progettazione dell’azione partecipativa l’artista decide in anticipo come trasformare il materiale e se includere i partecipanti totalmente, parzialmente, o escluderli sull’idea della forma che l’opera prenderà.

Nei lavori di Candy Chang troviamo le caratteristiche di trasformazione legati all’uso di materiale tangibile (lavagne, cartelli, scrittura) e intangibile (pensieri, idee).

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Artista cinese che vive e lavora a New Orleans, nelle sue opere la Chang si focalizza su interventi di arte pubblica, design e pianificazione urbana. È co-fondatrice dell’organizzazione Civic Center che ha lo scopo di rendere le città luoghi più accoglienti per la popolazione. I suoi lavori sono freschi e originali, lavora su concetti semplici, immediati ma anche molto forti. Ne è un esempio I Wish This Was (vorrei che fosse). Nell’ambito di quest’opera l’artista ha distribuito degli adesivi agli abitanti di New Orleans, che a loro volta li hanno affissi completandoli con i propri desideri per la ricostruzione della città, a cinque anni dall’uragano Katrina.

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Così descrive Candy Chang il suo intervento: “Nel mio quartiere manca ancora un fruttivendolo. Per questo ho preparato questi adesivi da completare: per fornire uno strumento facile da usare per spiegare quello che ci serve, quello che vogliamo, dove lo vogliamo. Basta solo completarli e attaccarli su edifici abbandonati, o in assoluto dove si vuole. (…) Sono uno strumento divertente per i cittadini, che permette loro di fornire un contributo civico immediato e sul posto. Le loro risposte riflettono le speranze, le fantasie e il sogno di una città diversa. Gli adesivi si possono trovare gratuitamente nei negozi di quartiere, nei bar, nelle librerie, e in altri posti in giro per New Orleans”.[4] Le installazioni della Chang sono spazi vuoti da completare, e l’enorme lavagna creata per Before I Die ne è l’esempio più noto (figg. 16 e 17). Chang ricopre e trasforma un vecchio edificio decadente e abbandonato in una superficie dove i residenti e i passanti hanno la possibilità di lasciare scritto cosa desiderano realizzare prima di morire. Grazie a cestini pieni di gessetti colorati a disposizione per scrivere, nel giro di pochi giorni l’opera viene completata con risposte entusiaste, ironiche, commoventi. Questa installazione viene riproposta in molte città in giro per il mondo. L’artista crede nell’introspezione come potenziale creativo e nella saggezza collettiva nei confronti dello spazio pubblico per migliorare la comunità e aiutare a vivere delle vite migliori.[5] Per creare queste opere partecipative Chang utilizza la scrittura e il linguaggio come mezzo espressivo: cerca di stimolare il pubblico a una riflessione che possa avviare e muovere l’opera; attivandola e completandola con contributi propri. Le sue opere dialogiche sono in perenne trasformazione, la loro forma è sempre in mutamento e legata all’intervento della gente che passa per caso per la strada.

Chang utilizza il materiale (lavagna e supporti) per raccogliere pensieri legati al cambiamento, da uno stato all’altro, facendo leva sul sentimento collettivo. Così raccogliendo idee crea il presupposto per operare un cambiamento, trasformando la realtà. La formula del work in progress (opera “per completamento-addizione”) può essere data come immagine poiché visibile in frammenti ma invisibile come unità. Si può pensare per analogia ai fotogrammi di un film: una sequenza d’immagini frammentate che una dopo l’altra ci mostrano il movimento.

 

[1] Joseph Beuys Statements 1976-1986 by Joseph Beuys, http://www.flashartonline.it/article/joseph-beuys/, Schellmann e Klüser, unpag – visitato il 25.09.2018.

[2] Lucrezia De Domizio Durini, Beuys Voice, Mondadori Electa, Milano, 2001, p. 220

[3] Joseph Beuys, Statements 1976-1986 by Joseph Beuys, http://www.flashartonline.it/article/joseph-beuys/, Guggenheim Museum, p. 134 – visitato il 25.09.2018.

[4] Vorrei che fosse – https://www.ilpost.it/2010/12/10/vorrei-che-fosse/http://candychang.com/work/i-wish-this-was/ – visitati il 09.09.2018.

[5] Di penelope.di.pixel, L’arte pubblica di Candy Chang, 24.01.2011. http://candychang.com/ – visitato il 09.09.2018.